SINTESI MAGAZINE
CONOSCENZA DI SÉ: IL COUNSELING SECONDO LA SINTESI PERSONALE

Racconto in prima persona di chi ha preso parte ad un percorso di crescita in Sintesi
Personale.

La conoscenza di sé è qualcosa di estremamente soggettivo, introspettivo e personale. La decisione di percorrere un cammino di crescita può essere mossa da svariati motivi personali, familiari o professionali.

Abbiamo chiesto ad alcuni amici che hanno ricevuto gli insegnamenti della Sintesi Personale e che continuano a partecipare con impegno ai vari seminari esperienziali, di riferire della loro esperienza di crescita umana e professionale. Di seguito sono riportate le loro testimonianze.

Il Counseling secondo la Sintesi Personale diventa in queste righe il Counseling secondo Fabrizio, Antonella e Gabriella.

L’universo ha senso solo quando abbiamo qualcuno con cui condividere le nostre emozioni.

Paulo Coelho

FABRIZIO
Psicologo e Psicoterapeuta

Considero la Sintesi Personale un’esperienza ‘totale’, una realtà che ha caratterizzato fortemente la mia vita personale e professionale: il mio lavoro individuale, il lavoro di gruppo e l’affiancamento in ambito professionale con le supervisioni.

L’ideale punto di partenza (e forse anche quello di arrivo) potrebbe essere semplice: me stesso.
La Sintesi Personale parte e arriva, fondamentalmente, dal prestare attenzione e responsabilizzare sé stessi. Questo è l’aspetto che più mi ha colpito durante i diversi anni di lavoro: portare l’attenzione su di me, sul perché dei miei sentimenti, delle mie emozioni e inevitabilmente dei miei comportamenti, in un lavoro di cambio prospettiva che passa dall’esterno all’interno, nel riconoscere, con sempre più facilità, ciò che accade come mio.

Ricordo i primi tempi nei quali mi sono incontrato/scontrato con questa nuova percezione: spesso è capitato che mi arrabbiassi perché mi sembrava impossibile che non si percepisse quanto io non c’entravo nulla in quello che succedeva, quanto io stessi solo reagendo al comportamento degli altri, quanto fosse scontata la rabbia che provavo perché gli altri non si attenevano alle aspettative che io avevo su di loro.
Quanta rabbia, quanta frustrazione, quanta delusione, quanto dolore nel dover percepire, forse per la prima volta con chiarezza, quante parti di me non conoscevo e non avrei voluto conoscere, e che, in fondo, non mi piacevano e non accettavo. In questi anni ho fatto un lavoro di ribaltamento continuo, nel quale mi sono posto di fronte alle mie scelte, alle mie responsabilità, alle mie valutazioni. Il mio agire e le emozioni sottostanti non erano dettati dagli altri, come mi piaceva credere, ma da pressioni interne che mi spingevano a fare (o non fare) determinati passi.

È un cambio di prospettiva enorme, perché ti responsabilizza su ogni emozione, su ogni parte di te stesso, su ogni singola azione, su ogni singolo comportamento, su ogni singola parola che pronunci. Costringe a chiederti continuamente ciò che senti, costringe a metterti in prima fila come costruttore attivo, anche se non sempre consapevole, di quello che succede e non spettatore passivo del volere degli altri. Costringe a chiederti chi sei e cosa vuoi dalla/nella tua vita, in una continua comprensione, sempre più fine, di quelle che sono le dinamiche interne, le ferite non guarite, le necessità da soddisfare che costituiscono il motore principale, e non riconosciuto, attraverso cui costruisci la tua realtà e le interazioni con gli altri. Gli altri passano, così, da causa del tuo comportamento a modo attraverso cui agisci i tuoi drammi e le ferite. Si dischiude, in questo modo, un enorme vista su te stesso, su realtà che hai sempre evitato ed eluso, vivendole inconsapevolmente.

Mi sono reso conto, con sempre più consapevolezza, per quanto non sia semplice né indolore, quanta ricchezza possa derivare dall’esplorare le mie realtà sconosciute e, spesso, spaventose e cosa fare per riuscire a ricomprenderle e ad integrarle con la mia parte ‘buona’.

 

Ecco, per me la Sintesi Personale è questo, un percorso di consapevolezza. Credo che un cammino di questo tipo sia fondamentale, soprattutto per chi ha scelto, come me, professioni di ascolto e aiuto, perché solo iniziando da noi, dall’accettazione di sé stessi, è possibile comprendere empaticamente quello che l’altro porta.

Fabrizio

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In caso contrario il lavoro terapeutico rischia di trasformarsi in una sterile riproposizione impersonale di modelli teorici.

So che è grazie a questo percorso che mi è stata data la possibilità di aprire la porta verso un mondo enorme e sconosciuto da esplorare, un mondo di sofferenze e gioie, contentezza e ferite, divisioni e comprensioni, accettazioni e rifiuti. Un mondo dal quale ripartire per accogliere e comprendere me stesso e gli altri. Un mondo enorme che mi spaventa ma che ora ho voglia di includere e accogliere. 
Un mondo che risponde al nome di Fabrizio.

ANTONELLA
Fisioterapista

Faccio la fisioterapista, una cosiddetta professione “di aiuto” e, dopo oltre 25 anni di attività, mi ritrovavo a lavorare anche per 10 ore al giorno, perché la professione era l’unico aspetto che “funzionava” nella mia vita. Almeno era questo che pensavo in quel momento.

Ho partecipato al corso di Sintesi Personale e dopo circa sei mesi di ascolto delle mie emozioni, cominciavo a sentire di avere un maggiore bisogno di tempo da dedicare a me stessa e cominciavo a permettermi di sentire tutta la stanchezza. Presi la decisione di ridurre drasticamente il tempo dedicato all’attività lavorativa e rimasi quasi meravigliata da quanto senso di libertà mi dava questa nuova situazione, anche se non è sempre stato facile dire di no alle richieste che continuavano ad arrivare.
Man mano che il lavoro proposto dalla Sintesi Personale procedeva, insegnandomi a portare attenzione alle emozioni, a osservarle senza giudicarle, cominciavo a intuire che la professione rappresentava soprattutto una “grande evasione”, riflettevo sul fatto che questa dedizione così sfrenata (la sera ero letteralmente stremata dalla stanchezza) era cominciata esattamente cinque anni prima, appena naufragata una relazione affettiva particolarmente significativa. 

Tornando ancora indietro con la memoria rivedevo chiaramente il ripetersi di quel meccanismo: ogni qualvolta ho dovuto affrontare dolore, frustrazione e fallimento, la mia ancora di salvezza era stata il lavoro. Ma se ogni volta che provavo dolore e sofferenza usavo l’aiuto agli altri per sentire sollievo, in realtà la mia professione chi aiutava veramente? I pazienti o me stessa? Loro si rivolgevano a me per trovare sollievo o soluzione ai loro disagi, ma io cosa gli offrivo veramente? Cosa chiedevo loro, durante le estenuanti sedute alle quali li sottoponevo? Solo adesso mi rendo conto di quanto fossero inutilmente lunghe.
Sentivo che c’era tanta confusione. Cominciare a rispondere onestamente a queste domande è stato difficile, le risposte sgretolavano l’immagine di me che volevo dare agli altri e nella quale mi rispecchiavo.
Chiedevo loro di farmi sentire brava, capace, quasi indispensabile… e molto buona! Chiedevo lodi e riconoscimento… in poche parole chiedevo amore. In queste relazioni “protette” mi potevo permettere di sentire il contatto con un altro essere umano, ben protetta dal mio camice bianco, dal mio ruolo e dai protocolli di trattamento.
Mi stordivo con la stanchezza fisica e il tempo impiegato ad occuparmi degli altri mi forniva un alibi perfetto per continuare a non voler affrontare tutta l’inadeguatezza, la frustrazione che dilagavano nelle altre aree della mia vita. Ho provato vergogna nell’accorgermi di aver usato e manipolato la sofferenza e i bisogni dell’altro per occultare le mie fragilità. Cominciare a sentire quanto grande fosse il mio dolore mi ha fatto comprendere che dovevo seriamente prendermi “cura di me”: in qualche modo tutto quel tempo e quell’energia cominciavo a rivolgerla a quella parte di me stessa che aveva bisogno di essere ascoltata, accudita e riconosciuta.
Da questo ascolto unito a tutta l’onestà possibile, hanno cominciato ad emergere tutta una serie di informazioni che mi aiutano a sentirmi meno estranea a me stessa, più viva, anche passando attraverso incredibili paure e inevitabili dubbi nel lasciare gli appigli ai quali ero ciecamente aggrappata. 

Oggi la mia professione è altro da allora, non ho parole precise per definirla.

Oggi sono consapevole del fatto che avere sentito una grossa parte del mio disagio, mi permette di entrare in empatia con più naturalezza con gli altri e anche di accettare che questo a volte non accade.
La mia professione non è più una missione, non sento più come unico compito della mia esistenza l’aiutare gli altri. Offro un servizio più onesto e meno legato alla paura del giudizio e alla soddisfazione dei miei bisogni.
C’è una poesia, o meglio un piccolo dialogo che mi piace molto e che rispecchia abbastanza quello che vivo ora, si intitola: Cosa è.

Cosa è?
- Un uomo, naturalmente.
Si, ma cosa fa?
-Vive, ed è un uomo.
Certo, ma deve pur lavorare. Avrà una qualche occupazione.
-Perché?
Perché si vede che non appartiene alla classe agiata.
-Non so. Ha molto tempo per sé, e fa delle bellissime sedie.
Qui ti volevo!! Allora, è un ebanista.
-No! No!
Insomma un falegname….
-Niente affatto.
Ma me lo hai detto tu.
-Cosa avrei detto io?
Che faceva sedie, era un falegname.
-Ho detto che faceva sedie, non che è un falegname.
Va bene. Allora le fa per diletto?
-Forse!! Secondo te un tordo è un flautista di professione, o solo un dilettante?
Direi che è soltanto un uccello.
-E io dico: lui è semplicemente un uomo!

D.H. Laurence

GABRIELLA
Medico Oncologo

Conoscevo gli studi di Barbara Brennan perché, neolaureata e impegnata nel sostegno ad un’amica molto malata, mi ero imbattuta in un suo testo “Mani di Luce” e lo avevo studiato. 

Così come avevo letto testi su Reiki e i fiori di Bach.

Il funzionamento dei campi energetici umani e la loro correlazione con corpo e spirito mi avevano già affascinato ma non ero in grado da sola di cimentarmi con questo strumento.
Per questo, quando la mia psicoterapeuta olistica e supercreativa mi propose un corso sull’energia interiore, avente lo scopo di conoscere ed utilizzare le risorse energetiche dell’individuo per trasformare il disagio in benessere, aderii con grande entusiasmo.
Ho iniziato questo percorso perché ero sempre affamata di conoscenza, volevo comprendermi per comprendere meglio gli altri. Avevo mille strumenti per il mio lavoro, ma ero sempre un’anima inquieta, insoddisfatta dell’eccessivo tecnicismo medico, incapace di vedere con chiarezza la mia missione nella vita.
Avevo già lavorato su me stessa con la meditazione trascendentale, il training autogeno, la pranoterapia, le visualizzazioni ed i laboratori di creatività e, nei momenti più duri della mia vita, anche con sessioni di psicoterapia individuale.

Avevo lavorato a lungo con malati gravissimi, assistendoli nelle fasi terminali della malattia, nelle loro case, accanto ai loro familiari, utilizzando anche questi strumenti su me stessa e su di loro.
Convinta sostenitrice della medicina olistica e della cura globale della persona umana, separavo ancora nella pratica corpo, mente, spirito, mio e degli altri, lavorando ed occupandomi ora dell’uno ora dell’altro, in prevalenza o alternativamente.
Al corso di Sintesi Personale sono andata senza aspettarmi nulla in particolare, con spirito curioso, tanto entusiasmo e cuore aperto. Subito dopo il corso, il mio modo di relazionarmi con me stessa e con gli altri ha iniziato a cambiare, progressivamente ed inesorabilmente.

Quello che prima mi sfuggiva degli atteggiamenti fisici e che mi impediva di comprendere più profondamente perché la stessa malattia non era uguale in tutte le persone e perché la cura spesso non era sufficiente e non poteva essere esattamente la stessa, non era solo nel corpo o solo nella mente, o nello spirito, ma era nelle relazioni funzionali tra questi tre aspetti, era nell’energia delle persone.

I laboratori esperienziali ai quali ho partecipato dopo il corso, mi sono stati utilissimi per approfondire queste conoscenze e metterle al servizio della mia crescita personale e professionale. Lavorare le energie col corpo ha velocizzato il processo di comprensione e utilizzo di questo strumento relazionale, perché è un lavoro di sperimentazione pratica.

Mi accorgo sempre più spesso che applico tecniche ed esercizi appresi nei laboratori, per affrontare e risolvere problemi di comunicazione in famiglia e sul lavoro, che mi metto in relazione con le persone malate in modo diverso prestando attenzione all’unità corpo-mente-spirito nel fare diagnosi e nel prescrivere terapie.

Incoraggio l’autovalutazione della malattia come squilibrio da parte del paziente e cerchiamo insieme un percorso terapeutico il più possibile individualizzato che conduca al riequilibrio.

La Sintesi Personale è un percorso affascinante in cui non si smette mai di osservare, sperimentare, lavorare e crescere, armonizzando la propria l’individualità col “Tutto”. Ora sono una persona nuova...e sono sempre in cammino verso di me.

Gabriella

Fabrizio, Antonella e Gabriella e ancora Monica, Claudia e Riccardo… sono tanti i cammini raccontati e condivisi grazie ai percorsi di crescita in Sintesi Personale. Il nostro libro ne è testimone. 

 

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