Sedersi con il drago: un invito ad allearsi con le proprie difese

Quante volte abbiamo avvertito un senso di separazione dal nostro sentire? Quante volte abbiamo scoperto parti emotive dissonanti, talvolta in conflitto, che ci spingono ad agire in modo distaccato o, al contrario, in preda a emozioni che sembrano più grandi di noi?

Spesso queste reazioni nascono come protezioni, modi che abbiamo imparato molto presto per difenderci dal dolore, dalla vulnerabilità, dal rischio di ricevere ferite. Questa protezione, col tempo, può trasformarsi in una corazza che ci allontana da ciò che siamo.

Chandra Candiani, nel suo ultimo libro I visitatori celesti, dedicato alla vecchiaia, alla malattia, alla morte, racconta che il suo astio verso il genere umano a volte si manifesta come un drago scatenato, che ruggisce dentro di lei con una voce sorda e indiscriminata. Col tempo ha imparato a non temere quel drago né a rinnegarlo, ma a sedersi come drago, aspettare, assaporare il respiro infuocato, ascoltarne le ragioni e accogliere la ferita.

Questa immagine poetica parla di coraggio e responsabilità: ci invita a riconoscere che le parti di noi che giudichiamo più difficili – rabbia, rancore, paura, diffidenza – non devono essere vinte o nascoste, ma possono essere incontrate, comprese, accolte per poter essere trasformate.

Nel percorso della Sintesi personale impariamo a comprendere come tutto il dolore, tutta la distruttività, tutto ciò che chiamiamo “male”, nasce dalla negazione del nostro sé spontaneo e numinoso. Quando ci separiamo da questa parte autentica, costruiamo strati di insensibilità che ci danno l’illusione di un senso di protezione. A volte compensiamo questa freddezza con un sentimentalismo eccessivo, con gesti drammatici o un coinvolgimento apparente. Altre volte cediamo alla durezza, diventiamo taglienti e crudeli. Qualunque forma prenda, questa corazza è sempre un modo di evitare di sentire davvero.

Il confine tra l’essere insensibili e l’agire crudeltà è sottile. Chi infligge dolore agli altri diventa ancora più incapace di percepire le proprie emozioni autentiche, comprese la paura e il senso di colpa che potrebbero guidare verso la trasformazione. La crudeltà, come l’intorpidimento, diventa così un’ulteriore prigione, una distanza sempre maggiore da sé e dagli altri.

Sedersi con il drago, allora, significa attivare una coscienza nuova. Nutrire il Sé numinoso e lasciare che l’energia vitale, prigioniera delle distorsioni, possa tornare a scorrere libera. Non si tratta di giustificare la nostra rabbia, la nostra durezza o i nostri comportamenti difensivi, ma di riconoscere che sono stati – un tempo – la nostra salvezza.

Quando smettiamo di giudicare queste parti come nemiche, iniziamo a percepirle come alleate. Possiamo sederci con la rabbia e chiederle cosa protegge. Possiamo ascoltare la diffidenza e riconoscere la ferita che la nutre. Possiamo restare in presenza del dolore e imparare a respirarci insieme, senza allontanarlo.

Il drago non è più un mostro da sconfiggere, ma un compagno di viaggio che ci guida verso l’incontro con la nostra sensibilità più profonda. Lì, sotto gli strati di paura e di durezza, c’è l’energia viva della nostra umanità: la forza che ci permette di sentire, di amare, di trasformarci.

Perché il drago non è il nemico: è la nostra energia vitale che chiede di tornare a casa.